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Monday, October 20, 2014

9 mesi di fuoco - PARTE II

Dando per scontato che nessuno al Ministero Smistamento Esuberi ha fatto la domanda cruciale ("Perché state disinvestendo dall'Italia?"), proviamo a fare qualche ipotesi del perché il management di Micron ha fatto ciò che ha fatto in Italia, per certi versi in modo anche piuttosto grossolano, come ha fatto risaltare un giornalista britannico, David Manners, che ha seguito a lungo la nostra vicenda, nel suo blog.
(Ecco i suoi articoli sul #casomicron: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11][12] [13] [14] [15] [16] [17] [18] [19] [20][21][22][23])

Non ci sono molti motivi per cui un'azienda decide un comportamento così brutale. Proviamo ad elencarli, in ordine di "zoom-out", dal lavoratore alle grandi scelte strategiche aziendali.

1)Lavoratori inefficienti o scansafatiche o tecnicamente non preparati.
2)Costo del lavoro eccessivo.
3)Un management italiano non efficace.
4)Una situazione italiana poco chiara agli occhi degli Americani
5)Legislazione italiana troppo difficile da gestire, Art. 18 ecc... ecc...
6)Strategie geopolitiche ineluttabili di Micron.

Posso affermare con certezza assoluta che i primi due punti sono totalmente da escludere. Il punto 2) l'ho spiegato nel post precedente. Oltretutto l'Italia è uno dei paesi in cui opera Micron col costo del lavoro più basso. A riprova di questo, c'è un rafforzamento di Germania (Monaco) e Gran Bretagna (Bristol) a danno dell'Italia. Quanto al punto 1), ovviamente non nego che ci siano dei lavoratori scansafatiche e da prendere a manate, gente che sta su internet 7 delle 8 ore dovute. Ma è una percentuale trascurabile, che si può ritrovare ovunque. Oltretutto, spesso (non sempre) un lavoratore che lavora poco, soprattutto in una grande azienda, lo fa perché non correttamente stimolato. Poi ci sono i Crocetta del lavoro, i fanfaroni e fannulloni. Ci sono, e ci saranno sempre in siti che contano centinaia di persone. Direi che è quasi fisiologico, ma non è quello che fa la differenza. Anzi, il mio ex manager di Micron, dell'R&D di Boise, mi ha sempre detto che tecnicamente gli ingegneri italiani sono di altissimo livello. Senza entrare nel merito, l'avevo già capito confrontandomi con gli ingegneri di Intel del defunto CTC (California Technology Center) di Santa Clara. Ci sono punti in cui siamo deficitari, ci sono punti in cui l'ingegnere Italiano insegna agli Americani (poi, quelli di Boise sono poco propensi ad apprendere, ma questa è un'altra storia).

I punti 3 e 4 mi coinvolgono direttamente, avendo fatto parte del management di Micron (anche se di basso livello). Qui un po' più di responsabilità io la vedo, ma spiegherò che secondo me non è tantissima. Credo che l'Italia si sia presentata agli occhi di Micron come un "pacchetto unico" da prendere in blocco così per com'è, con modalità lavorative da tenere a tutti i costi. Credo che ci sia stata una tendenza del management italiano a "tenere" le risorse, per paura di perderle, piuttosto che "rilasciarle" perché ognuno giocasse questa battaglia difficile. Credo anche che questo abbia causato una reazione piuttosto negativa nel management Americano, che già non brilla per flessibilità ed "inclusività". Ma anche questo ha influito relativamente poco, e ne ho le prove.

Essendomi infatti trovato in una situazione più unica che rara, cioè a capo di un gruppetto piccolo, che riportavo all'allora responsabile di Micron Italia (di Avezzano), per motivi troppo complicati da spiegare, ho avuto la fortuna di conoscere la realtà di Boise ed adattare totalmente il mio gruppo all'interno dell'R&D di Boise. Il tutto è andato alla perfezione. Eravamo perfettamente inseriti, ed alle mie CONTINUE richieste di "verifica di rendimento" delle persone del mio gruppo, il mio responsabile, ed il manager di Boise con cui lavoravamo, ci dicevano che facevamo un "valuable job". Eppure siamo stati segati tutti. Quindi, ammesso che i manager italiani, di basso e -soprattutto- di alto livello, abbiano agito male, sulla difensiva, chi come me ha giocato all'attacco e dando totale disponibilità ad un'integrazione piena, comunque è stato segato. Quindi anche il management italiano è -in parte- scagionato.

Rimangono i problemi di più alto livello: la legislazione lavorativa e le scelte geopolitiche di Micron.

              (...continua...)

9 mesi di fuoco - PARTE I

Esattamente 9 mesi fa, il 20 gennaio 2014, si svolgeva al MISE (Ministero Italiano per lo Sviluppo Economico) una riunione che avrebbe cambiato la vita a 1028 lavoratori della Micron, sparsi in 5 siti italiani (Agrate, Arzano, Avezzano, Catania, Padova). Dovrei dire a 419 su 1028, tanti siamo stati dichiarati esuberi dalla Micron. Ma sono sicuro che anche gli altri, coloro che non sono stati impattati, hanno vissuto una situazione terribile. Gli Americani di Boise (Idaho), headquarter di Micron, non ci sono andati per il sottile, e devo dire che con una chiarezza disarmante hanno messo nero su bianco quello che sui telegiornali viene ripetuto più volte: le multinazionali delocalizzano, e l'Italia fa sempre la parte della preda, mai del predatore. E' un flusso di lavoro inarrestabile che da noi si sposta verso altri lidi. Tendenzialmente, estremo oriente. Singapore e Cina.
Solo un fesso potrebbe illudersi che, almeno limitatamente alla microelettronica, il problema è di costo del lavoro. Non è così. Un ingegnere di Singapore praticamente guadagna quanto guadagnamo noi in Italia, e la mancanza di tutele degli operai di Singapore è un problema minimo per un'azienda come la Micron.

Facciamo un po' di conti alla mano, in maniera molto grossolana, per renderci conto degli ordini di grandezza.
Ragioniamo per eccesso. Supponiamo che un operaio costi all'anno circa 50.000 $. In una fabbrica di 2.000 operai il costo del lavoro annuo è circa 100 milioni di dollari. Una macchina di litografia avanzata (una scanner ad immersione) costa circa la stessa cifra. 100 milioni di dollari. Nella fabbrica in cui lavorano questi duemila operai di macchine di litografia avanzata ce ne sono almeno una decina. Più ci sono tante altre decine di attrezzature, non così costose, ma che vanno tutte oltre il milione di dollari ciascuna. Parliamo di macchine di attacco, di crescita epitassiale, di impiantazione, di forni... Ovviamente non vado nei dettagli, perché il tutto dipende dalle fabbriche e da cosa si produce. Però spero di aver fatto capire che, in una fabbrica avanzata di semiconduttori (memorie, processori ecc...) il costo del lavoro pesa per meno, per molto meno, del 10% dell'investimento. Di conseguenza, non è perché costiamo tanto, in Italia, che la Micron ha deciso di ridurre drasticamente la forza lavoro Italiana, che non produce per Micron. Un'affermazione del genere dovrebbe far preoccupare un politico serio, in Italia. Se c'è qualche politico serio che casualmente legge quanto scritto, si faccia questa domanda:

POSTO CHE NON E' IL COSTO DEL LAVORO il problema principale per cui un'azienda che fattura più di 10 Miliardi di dollari decide di darsela a gambe levate dall'Italia, COSA RENDE L'ITALIA COSI' "NON BUSINESS FRIENDLY"?

PERCHE' QUESTI DI MICRON HANNO DISINVESTITO COSI' PESANTEMENTE?

Breve inciso, lo chiedo a chiunque mi possa dare una risposta, a chiunque, tra le RSU, abbia partecipato alle riunioni al MISE: il Funzionario che ha seguito la vicenda, ha fatto questa domanda ai dirigenti aziendali? "Perché ve ne state andando?" Se io avessi un incarico al MISE, e se MISE non è l'acronimo di "Ministero Italiano Smistamento Esuberi", questa domanda dovrebbe essere il leit-motiv di tutta la mia attività. Coloro che si siedono a Roma facendo incontrare azienda e sindacati, fanno qualcosa al di là dei curatori fallimentari?

Il Ministero Italiano dello sviluppo economico ha il DOVERE di richiedere spiegazioni, ricevere delle risposte che siano quanto più franche possibili, ed attivarsi perché una cosa del genere non succeda più. Fosse una cosa trattata seriamente, lo "sviluppo economico"...


              (...continua...)

Thursday, October 16, 2014

Il sinodo di Papa Francesco. I dubbi di un cattolico.

La rivoluzione nei metodi che Papa Francesco ha imposto al Vaticano è stata straordinaria. È sotto gli occhi di tutti, e nessuna persona che non sia in malafede può negare la differenza col passato. Questo richiamo alla Chiesa che puzzava di chiuso, il richiamo ai sacerdoti ed a tutti i cristiani di andare "alle periferie del mondo", di sporcarsi le mani, di aiutare i poveri, è fatto con costanza e con un ottimo esempio. Insomma, non gli si può proprio dire "da che pulpito viene la predica, perché è un pulpito degnissimo.
Se i Cardinali cercavano, in altre parole, di smantellare attraverso un'elezione la parte sclerotizzata della Curia Romana, ci sono riusciti. Fuori di dubbio.
Se la Chiesa deve espandersi ed aprirsi al mondo, Papa Francesco è la persona giusta. Sa comunicare con forza il messaggio essenziale della Chiesa, che è e rimane l'amore di Dio e la sua misericordia nei confronti dei suoi figli. La "carezza del Nazareno", che ha citato più volte, è una bellissima immagine con cui Papa Francesco fa capire che Cristo è un amico, un sostegno, un consolatore.
Ma ci sono alcuni aspetti di Papa Francesco che mi preoccupano parecchio. Non sulla sua dottrina, ma su come certe sue affermazioni possono subire un "trattamento Scalfari", insomma, una mediatizzazione, generalmente di sinistra, per cui si dica -lo esprimo brutalmente- "finalmente abbiamo un Papa dalla nostra parte, uno che è dalla parte dei poveri, e che ammette che la verità non esiste e che Dio è ciò che ci costruiamo noi con la nostra sensibilità".
Un dio "alla Scalfari", un dio "de noantri", un dio del "volemose bbene e lasciamo perdere 'ste fesserie della divinità di Cristo, della morte e resurrezione, della verginità della Madonna, 'ste cose da vecchine ignoranti e rincretinite".
In altre parole, l'approccio di Papa Francesco, che tende ad essere "inclusivista" (non credo sia "aperturista"... la formazione gesuitica di Papa Francesco è ben rigorosa), si presta ad equivoci su cose che per la Chiesa sono essenziali.
La Chiesa non può dire "alla Scalfari", che "Dio è essenzialmente la nostra coscienza", perché nulla è più falso per la Chiesa, che invece ha l'essenza su Dio rivelato da Cristo. E che, qualsiasi cosa succeda nel mondo, è vincolata a preservare e tramandare la Verità, che è quella scritta nei Vangeli di Cristo, e tramandata dai Padri della Chiesa, a cominciare da San Paolo, che non è che ci andasse tenero con chi, per piacere agli uomini, rinnegasse Cristo.
Quando Papa Francesco parla dell'unione di tutti i cristiani, va benissimo tutto, ma se arriviamo a domande essenziali, del tipo "lì nell'ostia e nel calice, nel momento della consacrazione, è contenuto VERAMENTE il corpo ed il sangue di Cristo?" l'unità dei cristiani è solida come l'unità del Partito Democratico.
D'altra parte, se -non credo che avverrà mai- Papa Francesco si pronunciasse nel 2015 ex Cathedra su queste cose essenziali smantellando alla radice 2000 anni di Magistero, verrebbe meno ad un dovere essenziale di preservare il depositum fidei, che proclama la Verità di Dio nella persona di Cristo, e non nella coscienza di Scalfari o Mancuso.
Insomma, a differenza di Renzi, che può fare del PD quello che vuole, tanto che solo un fesso oggi può dire che il PD è di sinistra, un Papa non può fare della Chiesa ciò che vuole, pena lo stravolgimento delle ragioni stesse dell'esistenza della Chiesa. 
Se uno decide che in un campo di calcio non si gioca più col pallone ma con una pallina di 7 cm, non con i piedi ma con una racchetta, inoltre non in 110 x 70m, ma in un campo di 9x18, quello non è più calcio, ma tennis.
Ho tutti i dubbi di Antonio Socci, sull'argomento. Ma ho anche la fede che il Papa sia quello giusto, comunque.

Onestamente, con Benedetto XVI avevo meno dubbi.

Wednesday, October 8, 2014

Ancora sull'Art. 18.

Il dilemma sull'Articolo 18 dello statuto dei lavoratori, se tenerlo o meno, si inserisce in un contesto molto più grande, di portata universale: l'uso della tecnica, che si contrappone a ciò che SEMBRA giusto. Se esistono i modi per fare una cosa, difficilmente una legge può opporsi. E questo è tanto più valido in questo periodo di globalizzazione. Si assiste ad uno sfaldamento progressivo delle regole. Uno sfaldamento ineluttabile, per quello che si vede. Faccio alcuni esempi:
Fecondazione eterologa. Esiste la tecnica. Sì. La legge in Italia la impedisce? Io vado all'estero e la faccio. Legge bypassata.
Unioni civili. In Italia sono impediti. Esiste la "tecnica giuridica" per bypassare la norma? Certo. Ci si sposa fuori, e si torna sposati. E' notizia di ieri che Alfano si oppone, ma mi sembra guerra persa.
Amici miei Israeliani mi dicevano che, volendo sposarsi con rito civile, ma essendo impossibile in Israele, si sono sposati a Cipro. In altre parole, Israele alza la soglia delle condizioni necessarie per sposarsi, e viene "fatto fesso" attraverso gli Stati che non mettono questi vincoli.

Articolo 18. Sembra una cosa giusta di principio, ma è di questi giorni la notizia dei 262 esuberi della Accenture di Palermo. Loro, a differenza di noi dei #casomicron, non hanno un'azienda simile alle spalle con cui poter aprire un paracadute. Già Micron aveva dimostrato che l'Art. 18 può essere bypassato anche con fatturati record. Ma Accenture aggiunge un'altra "perla": licenziamento di massa, e riassunzioni "ad personam". Per la serie, faccio fuori CHI VOGLIO IO. L'art. 18 è smantellato alla radice. Con un po' di rogne in più...

Come si contrasta la tecnica? Non tenendo le foglie di fico, come l'art. 18. Micron ed Accenture hanno dimostrato che esiste una tecnica giuridica "smantellativa alla radice" dell'Art. 18.

Allora, l'art. 18 è come l'articolo 1 della costituzione. Di principio sacrosanto. Di fatto, inattuabile. In più, dannoso, perché consente alle aziende di fare i massacri di massa, con motivazioni RISIBILI.
Fosse inutile, sarei per tenerlo, come principio. Ma essendo dannoso, liberiamocene, e troviamo principi più "consoni" a certe mentalità. Ad esempio: vuoi licenziare? Vediamo gli ultimi 4 quarter, ed in base a questo ti liquidi le persone.

E giusto per essere chiaro, con gli utili netti di Micron, nella mia testa una legge seria, non l'art. 18, dovrebbe prevedere libertà di licenziare, ma pagando molto ma molto più di 28 mensilità.

Se un'azienda multinazionale è in difficoltà, d'altra parte, erigere le barricate e dire "no, gli Italiani non li puoi toccare", significa AUTOMATICAMENTE spostare la problematica dal licenziamento individuale a quello collettivo. Mentre, senza Art. 18, magari l'azienda potrebbe essere più disponibile a tenersi gruppi di persone. QUANTOMENO POTREBBE VALUTARNE L'OPPORTUNITA', CHE L'ART. 18 BLOCCA IN PARTENZA.

In altre parole, dell'Art. 18 io vedo solo i danni, ma nessun beneficio.

Saturday, October 4, 2014

Dai militanti ai milipochi

È molto interessante la statistica che vede crollare le tessere del PD proprio nel momento in cui raggiunge il suo massimo storico.
Io credo di essere un ottimo esempio di ciò che sta succedendo. Ho votato Bersani turandomi il naso, perché non potevo dare il governo del Paese ad un branco di matti che vanno dai parafascisti ai guerriglieri No-TAV ecc...ecc... Per quanto riguarda Berlusconi, è un parentesi che ho chiuso definitivamente il 31 maggio 2004, in moto sulla Salerno-Reggio Calabria, andando al Mugello. Renzi ľho votato più convintamente, come ultima spiaggia. Ma dieci-quindici anni fa seguivo le vicende di Alleanza Nazionale, il partito che votavo, e buttavo giù dei rospi per ľalleanza con i trogloditi in verde e col satrapo di Arcore. Oggi ho votato PD  ma del PD non me ne può fregare di meno. Una goccia del mio sudore per prendere parte al dibattito D'Alema-Bersani vs Renzi io non la dò. Certo, mi fa specie che D'Alema parli ancora di politica dopo aver collezionato il record mondiale di fallimenti, e vendicandosi sottobanco con i 101 dalmati... come quello che di nascosto usa la cerbottana... Però, insomma, sono cavoli loro. E questo è il punto. Cavoli loro: quello che fa il PD, partito che io ho votato, non mi riguarda per nulla. È il distacco totale tra voto partecipato e voto di delega. Il PD ha ricevuto ALMENO metà dei suoi voti come una delega in bianco. Anzi, io ho votato PD  proprio perché ho riconosciuto in Renzi quella capacità di distruggere quelľapparato di mummie molto pensanti e nulla facenti. Ma se il PD andasse in rovina, ľunica reazione che avrei è che mi dispiacerebbe che ľultima spiaggia fosse un fallimento.
È il contrario della partecipazione. La delega. È un voto di ignavia, tutto sommato. Non interessano le idee, vediamo se questo bulletto di Firenze ce la fa. Questo tipo di voto ha pervaso la nostra società almeno da 20 anni, da quando cioè abbiamo dato fiducia ad un miliardario. Bersani -che ritengo il politico migliore in assoluto di questo ventennio- rivendica la centralità delle idee. Ha un concetto della politica molto alto. Peccato che poi sia stato piccionato da 101 frondisti. È subentrato un giovinotto con pochissime idee, ma ben esposte, e non solo ha fatto fuori tutto ľestablishment, ma tiene sotto scacco gente che lo vorrebbe morto, ma che sa che alle prossime elezioni non siederà alla camera ed ha necessità del vitalizio.
La politica è fatta anche di queste bassezze. Quanti Razzi ci sono nel PD. Ma non mi interessa. A me interessa solo quello che sa fare Renzi.
Ha ragione Bersani ad preoccuparsi della ditta. Un partito siffatto, tolto il suo leader, o si trova un altro D'Artagnan, o sprofonda di nuovo al 20%. Vedasi Forza Italia. Che esista o meno, è secondario. A chi importa che la Pascale vada al gay pride? È un problema? No, il problema è solo se esiste Berlusconi o se uno dei figli prende il posto. E difatti non arrivano al 20%. Praticamente vaporizzati, in ragione di quanto smalto e forza ha perso -per cause giudiziarie e natural-anagrafiche- il leader.
La situazione di crisi in cui viviamo toglie ossigeno ai cittadini, non solo economicamente, ma anche al cervello. Stiamo per affogare e vogliamo risposte subito. Il primo che ci dice "Io ho le risposte" per noi va bene e gli diamo la delega.
Ma non lo chiamerei "voto". Il voto sarebbe una cosa più seria. È più un biglietto di circo che acquistiamo in cabina elettorale, dando i soldi a chi meglio sa dire "venghino, Siori, venghino". Tutto il contrario del voto di idee.

Anche per questo vorrei il ritorno al proporzionale.

Tuesday, September 30, 2014

LA TASSA D'INCIVILTA'. ULI HOENESS vs. SILVIO BERLUSCONI

Il dibattito sull'articolo 18 è l'emblema dell'Italianità. Inutile. Tutti dicono che non è centrale, ma di fatto un imprenditore che ha 14 dipendenti prima di assumere a tempo indeterminato ci pensa 20 volte e questa è -anche, in parte- la causa del nanismo delle nostre aziende. Il nanismo non è necessariamente una connotazione negativa. Le PMI spesso sono aziende esemplari per organicità del lavoro, per il trattamento dei dipendenti, per la compattezza del modus operandi. Cose che aziende multinazionali si sognano. Ma il nanismo delle aziende è patologico quando è indotto dalla paura di assumere il 15esimo dipendente.

Onestamente non credo che l'art. 18 sia la causa di tutti i mali dell'Italia. L'effetto più devastante dell'Art.18 l'ho appena detto sopra... ma insomma, l'economia italiana ha sempre "tirato", con tutti i suoi limiti ma anche i suoi punti di forza, con le PMI, cioè senza l'art. 18. Allo stesso modo, non è che l'eliminazione dell'Art. 18 farà dell'Italia la nuova Cina.
La causa di tutti i mali dell'Italia siamo noi italiani. Quando c'è un'economia che va in recessione per anni c'è qualcosa di strutturale che IN MEDIA ci pone in deficit rispetto alla concorrenza. Se LA MEDIA è diversa, significa che la cosa riguarda DECINE DI MILIONI di Italiani. Cos'è che IN MEDIA ci rende poco competitivi rispetto alla Germania?

Noi italiani, sepolcri imbiancati, spariamo a zero sulla classe politica per scrollarci di dosso la nostra cialtronaggine. Non faccio un discorso di singoli individui, faccio un discorso di MEDIA. IN MEDIA, per dire ad un lavoratore "SEI UN CIALTRONE, UN FANNULLONE" in Germania ci si mette di meno. IN MEDIA, una decisione presa in Germania è più eseguita e meno discussa. In media, l'osservanza delle leggi in Germania è più alta che in Italia. Questo fa punti di PIL. Come?

Ecco come. L'Italia è quel paese dove una settimana fa due dipendenti della Meridiana hanno fatto causa all'azienda che li ha richiamati dalla Cassa Integrazione, per "creazione di una situazione di stress". ROBA DA MATTI, cosa che ha detto anche il giudice. Ma il giudice ci ha dovuto lavorare su questo caso assurdo. Il lavoro di questo giudice per questa cosa assurda è stato pagato anche da me. E nessun Cottarelli può agire su questo spreco ENORME. Lo spreco dei cittadini che cercano di fottere la collettività e ricorrono al giudice per delle cose assurde.

Se vogliamo studiare il perché la Germania non soffre della crisi Italiana, dobbiamo una volta per tutte affrontare e dire a chiare lettere quello che gli Americani chiamano "the elephant in the room": una cosa ENORME che sta nella stanza e di cui nessuno parla. L'elephant in the room è la nostra cialtronaggine media.

Uli Hoeness, mito del calcio tedesco nonché Presidente del Bayern Monaco fino a 6 mesi fa, si è dimesso da tutte le cariche dopo aver ammesso di aver evaso al fisco 28 milioni di Euro, accettando la pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione inflittagli IN PRIMO GRADO. Ha RINUNCIATO ALL'APPELLO, Hoeness. Ha detto "E' vero, sono colpevole, me lo merito". In Italia è folle solo pensarlo, che uno ammetta di essere un evasore. In Italia Silvio Berlusconi, condannato in 3 gradi di giudizio per corruzione, ancora rompe le scatole al mondo intero sproloquiando sui giudici di sinistra che gliel'hanno fatta pagare.... QUANTA FATICA PROCESSARE BERLUSCONI, QUANTO E' STATO SEMPLICE PROCESSARE HOENESS.
Questo caso, moltiplicato per le 5 milioni di cause civili e 5 milioni di cause penali pendenti, fa MILIARDI E MILIARDI di risparmio, e non c'è Cottarelli che tenga, qui. E' un gap semplicemente di Civiltà. E' unvera TASSA D'INCIVILTA'. Sottolineo il fatto che "processare Berlusconi è stato più difficile" non intendo solo il comportamento ITALIANISSIMO dell'imputato, ma anche dei giudici che si sono scatenati a trovare il cavillo per incastrarlo. Perché, anche questo va detto, la condanna di Berlusconi è come se mi condannassero per aver corrotto per avere un vantaggio di 2 centesimi. FATICA. In Italia tutto è FATICOSO. L'Italia corre, come ho sempre detto, i 100 metri piani mentre qualcuno le tira il sangue. E non parlo solo della corruzione che IN MEDIA è più alta in Italia. Non parlo della lentezza dei processi IN MEDIA più lunghi. Non parlo neanche della mafia e delle organizzazioni criminali. Oltre a questi punti, o meglio impastato con questi e causa di questi punti, c'è la cialtronaggine e la fanfaronaggine dell'Italiano Quadratico Medio, di colui che svicola dalle proprie responsabilità, a tutti i livelli.

Sogno un leader politico che un giorno mi dica "Italiani, siamo un pugno di cialtroni e su questo dobbiamo lavorare". Parlerebbe finalmente dell'elephant in the room. Ovviamente non avrebbe un voto che sia uno... no, anzi, avrebbe il mio voto.
Ma i movimenti populisti stile M5S, il massimo che riescono a dirci non è "siamo mediamente dei cialtroni", ma "loro, la casta, sono dei ladri e cialtroni". Ma nessuno che dica che la casta politica rappresenta perfettamente l'Italiano quadratico medio.

Di fronte all'Italiano Quadratico Medio, non esiste Articolo 18 che tenga. Sia che rimanga, sia che venga tolto.

Tuesday, September 23, 2014

Articolo 18. Un nonsenso tutto italiano.

Da alcune settimane assisto attonito al dibattito sull'articolo 18. E' paradossale.

Il mio non è un intervento da giurista, ma da una persona dalla mentalità scientifica che cerca di usare la logica.
I signori che si scalmanano sull'uso dell'Art.18 dovrebbero studiare bene il #casomicron, che, se la logica nella vita ha un senso, è il paradigma di come una qualsiasi azienda possa fare e disfare a proprio piacimento.

Parlo di esperienza di vita vissuta, che riassumo:

Giorno 20 Gennaio 2014 i rappresentanti locali dell'azienda, riuniti al Ministero Italiano Sviluppo Economico, dichiarano che Micron ha urgente bisogno di una ristrutturazione.

Giorno 21 Gennaio 2014, sordi ad ogni tipo di richiesta dilatoria da parte delle RSU, viene aperta in maniera formale la procedura di mobilità per 419 lavoratori di Micron.

Giorno 5 Maggio 2014 molti di questi lavoratori entriamo in Cassa Integrazione Straordinaria.

Fine del discorso.

Del gruppo di Ricerca e Sviluppo, 12 persone su 159 sono state licenziate. Tutte di Catania, tenute tutte le 147 persone di Agrate. In maniera del tutto informale, senza alcuna intenzione bellicosa, ci informiamo con un avvocato del lavoro se potrebbe configurarsi un'ipotesi di discriminazione territo. La risposta è stata lapidaria "Hanno il diritto a riorganizzarsi come vogliono".

Allora:

DATI: un'azienda -Micron- che nell'ultimo anno ha fatturato 14 Miliardi di dollari, circa 4 Miliardi di utili netti- decide di compiere un massacro, compila la procedura di mobilità e la passa assolutamente liscia.

DOMANDA 1: A CHE SERVE L'ART.18?

La Micron, o chi per lei, gli avvocati che hanno curato la procedura, i rappresentanti legali, ha dimostrato in maniera inequivocabile che è possibile lo scempio di massa quando le condizioni sarebbero le peggiori per una contestazione (fatturati record e salute di atleta).

E' l'art. 18 solo una forma per dare qualche appiglio ai sindacati per fare sentire la propria voce?

Alla fine, chi è ben determinato, va avanti e conclude alla perfezione la vertenza. Micron ha ottenuto quello che voleva (cioè la riduzione di 300-350 unità), semplicemente facendo un calcolo inverso: "questo è quello che vogliamo ottenere, questo è quello che dobbiamo cedere di trattativa, aumentiamo leggermente il numero dichiarato iniziale per arrivare al risultato".

Cosa avrebbe cambiato l'assenza dell'Art. 18? Lo vogliamo togliere per evitarci la buffonata di discorsi di principio, che un'azienda seria e determinata ha saputo by-passare con estrema semplicità?

DOMANDA 2: O addirittura l'art. 18 è una ghigliottina solo per chi non si può permettere dei costi per pagare studi legali che compiano il lavoretto perfettamente, ripulendo come il Wolf di Pulp Fiction tutte le macchie di sangue spruzzato dappertutto durante la carneficina?

Per chi ha voglia, ecco sotto il testo dell'articolo 18.

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Art. 18.
Reintegrazione nel posto di lavoro. (1)

Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio ai sensi dell'articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell'articolo 35 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o in violazione dei divieti di licenziamento di cui all'articolo 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell'articolo 1345 del codice civile, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. La presente disposizione si applica anche ai dirigenti. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità di cui al terzo comma del presente articolo. Il regime di cui al presente articolo si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace perché intimato in forma orale. (2)
Il giudice, con la sentenza di cui al primo comma, condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullità, stabilendo a tal fine un'indennità commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative. In ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato inoltre, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. (2)
Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell'indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall'invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione. (2)
Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell'indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione, per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall'illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative. In quest'ultimo caso, qualora i contributi afferiscano ad altra gestione previdenziale, essi sono imputati d'ufficio alla gestione corrispondente all'attività lavorativa svolta dal dipendente licenziato, con addebito dei relativi costi al datore di lavoro. A seguito dell'ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l'indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi del terzo comma. (2)
Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo. (2)
Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo. (3)
Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo. (4)
Le disposizioni dei commi dal quarto al settimo si applicano al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici lavoratori o più di cinque se si tratta di imprenditore agricolo, nonché al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che nell'ambito dello stesso comune occupa più di quindici dipendenti e all'impresa agricola che nel medesimo ambito territoriale occupa più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa più di sessanta dipendenti. (29) (4)
Ai fini del computo del numero dei dipendenti di cui all'ottavo comma si tiene conto dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge e i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale. Il computo dei limiti occupazionali di cui all'ottavo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie. (4)
Nell'ipotesi di revoca del licenziamento, purché effettuata entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell'impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal presente articolo. (4)
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui all'undicesimo comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore. (5)